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Manca ancora il tweet presidenziale a suggellarne l’ufficialità ma, stando a quanto raccontano tutti i “bene informati”, dovrebbe essere ormai fatta: Massimiliano Allegri è il nuovo allenatore del Napoli, il tredicesimo dell’era De Laurentiis. Succede ad Antonio Conte, che ha lasciato la squadra azzurra con un anno di anticipo domenica scorsa dopo la gara con l’Udinese e dopo aver condotto, in due anni, i partenopei ad un primo e un secondo posto e alla vittoria della Supercoppa Italiana.
Quello di Allegri è, per certi versi, un “ritorno” al Napoli, avendo da calciatore militato, per sette giornate, tra gli azzurri nel corso della disgraziata stagione 1997/98.

Dopo aver trascorso i primi anni da allenatore tra Aglianese, Spal e Grosseto, balza agli “onori della cronaca” vincendo il campionato di Serie C e portando il Sassuolo in Serie B, promozione che gli vale la chiamata diretta in Serie A, alla guida del Cagliari.
All’esordio in massima serie conduce i sardi al nono posto mentre l’anno successivo viene esonerato.
A sorpresa viene chiamato alla guida del Milan con cui vince lo scudetto al primo anno dopo un avvincente testa a testa proprio con il Napoli guidato da Walter Mazzarri (che a fine anno si classificherà terzo venendo sorpassato nel finale dall’Inter di Leonardo). Nel campionato successivo arriva secondo, dopo aver conteso lo scudetto alla Juve di Conte (con il famigerato “gol fantasma” non assegnato a Muntari), in quello dopo arrivo terzo (dietro la Juve e il Napoli di Mazzarri), mentre nel corso del suo quarto anno al Milan viene esonerato.
In estate passa proprio alla Juve, dopo che Conte, decide, a luglio inoltrato, di abbandonare la squadra bianconera, restando a Torino per cinque stagioni durante le quali vince cinque scudetti consecutivi (superando il record di Carlo Carcano che, anch’egli alla guida della Juventus, vinse il campionato interrottamente dalla stagione 1930/31 a quella 1933/34), arriva due volte in finale di Champions League (perdendo la prima contro il Barcellona, la seconda contro il Real Madrid), quattro Coppe Italia e due Supercoppe italiane.
Dopo due anni di inattività, torna alla Juve sostituendo Pirlo e vi resterà per altri tre anni: nel primo arriva quarto, nel secondo settimo (in virtù dei dieci punti di penalizzazione inflitti ai bianconeri per plusvalenze fittizie e fatture falsificate), mentre nel suo terzo e ultimo anno viene esonerato, a due giornate dal termine del campionato, subito dopo aver vinto la finale di Coppa Italia (lasciando la squadra al quarto posto in classifica).
Dopo un altro anno di inattività, e dopo essere stato vicinissimo a passare al Napoli campione d’Italia in carica, a seguito della decisione di Conte di restare alla guida dei partenopei, torna al Milan, con il quale conclude la stagione al sesto posto, dopo essere stato a lungo al secondo posto in classifica e nelle prime quattro posizioni fino alla penultima giornata.
In virtù del crollo fatto registrare dai rossoneri nei mesi di aprile e maggio la società rossonera decide di non confermarlo per la stagione successiva finendo così libero di accordarsi con Aurelio de Laurentiis (da sempre estimatore del tecnico livornese) e di approdare al Napoli con un anno di ritardo.

Dal punto di vista tattico Allegri è il prototipo dell’allenatore pragmatico, badando più alla concretezza e al risultato che non allo spettacolo.
Al Cagliari e al Milan ha quasi sempre giocato con un centrocampo a rombo, con tre centrocampisti centrali (un vertice basso e due intermedi) e un trequartista alle spalle delle due punte.
Arrivato alla Juve dopo i tre campionati vinti da Conte, decide, intelligentemente, di non stravolgere l’assetto tattico del predecessore, facendo pertanto giocare la sua Juve con tre difensori centrali, due esterni fluidificanti a tutta fascia, tre centrocampisti centrali e due punte, non disdegnando tuttavia di alternare tale sistema di gioco con uno più offensivo (inserendo il trequartista argentino Pereyra dietro le punte al posto di un difensore centrale).
Nel corso del terzo anno a Torino, dopo la sontuosa campagna acquisti condotta dai bianconeri in estate che aveva visto arrivare, tra gli altri, Higuain dal Napoli e Pijanic dalla Roma, dopo una sconfitta con la Fiorentina, Allegri ridisegna la sua Juve mandando contemporaneamente in campo tutti i suoi uomini migliori: Higuain centravanti, Mandzukic a sinistra, Cuadrado a destra, Dybala trequartista centrale, Khedira e Pijanic centrocampisti centrali davanti alla difesa composta dai due esterni brasiliani Dani Alves (a destra) e Alex Sandro (a sinistra) e due difensori centrali (Bonucci e Chiellini). Una formazione iper-offensiva e dall’enorme potenziale tecnico che stride non poco con la narrazione di tecnico ultra-difensivo che sono soliti fare i suoi detrattori ma che, al contrario, dimostra che Allegri è un allenatore molto duttile e intelligente, che sceglie il sistema di gioco in funzione dei calciatori e non viceversa e che se ha a disposizione tanti calciatori offensivi non si fa problemi a mandarli in campo tutti insieme!
Nelle ultime due stagioni del suo primo ciclo alla Juve ha cambiato ancora una volta, passando dai due centrocampisti centrali a tre e giocando senza il trequartista centrale ma con due attaccanti esterni a sostegno della punta centrale, mentre nel corso del suo secondo ciclo a Torino e nell’ultimo anno al Milan è tornato a giocare spesso con i tre difensori centrali.

Come visto Allegri non ha un suo sistema di gioco di riferimento ma lo sceglie di volta in volta, in base all’organico che ha a disposizione: le sue squadre hanno giocato sia con i tre difensori centrali che con due soltanto, con due centrocampisti centrali o con tre, con un solo esterno per fascia o con due per lato (esterno alto ed esterno basso), con il regista al fianco di uno o due mediani o con due/tre mediani (Gattuso, Ambrosini e Flamini), con il trequartista centrale -che può essere o centrocampista avanzato (Boateng, Pereyra) o un attaccante arretrato (Dybala)- o senza trequartista, con una sola punta centrale o con la doppia punta.
Inoltre Allegri, a differenza di tanti suoi colleghi, può essere tranquillamente definito un allenatore “aziendalista” e, cosa molto importante, non si è mai fatto problemi a lanciare in prima squadra calciatori provenienti dal settore giovanile: lo ha fatto alla Juve, dove ha fatto esordire tantissimi calciatori provenienti dalla squadra Under 23 (Miretti, Fagioli, Soulè, Iling-Junior, Nicolussi Caviglia, Barrenechea, Huijsen, etc), lo ha ripetuto lo scorso anno al Milan dove ha lanciato il giovane Bartesaghi proveniente dalla squadra del Milan Futuro retrocessa dalla C ai dilettanti della Serie D.

Benvenuto a Napoli, mister e… in bocca al lupo.

(G.S.’76)

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